Viaggio nella storia enologica siciliana

Viaggio nella storia enologica siciliana

Quando mio padre e mio nonno allungavano il vino con la gazzosa o con le bucce di mandarino o ancora con pezzetti di pesca o dei chiodi di garofano,  probabilmente è una tradizione che gli è arrivata dagli antichi Romani. Questa è la prima cosa che mi è venuta in mente leggendo qua e la sulle abitudini alimentari dei popoli antichi. In ogni luogo della terra dove l’uomo mette le radici anche la vite affonda le proprie radici per diverntarne parte integrante del territorio. Uomo-Vite è un connubio inseparabile come Vita-Morte.  La Sicilia è una terra dalle mille contraddizioni dove si sono incontrate e scontrate culture provenienti da ogni parte dell’allora mondo conosciuto. Ripercorrere le tappe dell’enologia in Sicilia vuol dire attraversarla con gli occhi degli uomini che l’hanno abitata, coltivata e lasciato le loro traccie. La viticultura si è mossa altrettanto, lasciando traccie dei primi vitigni e delle prime colture.  Attraversando i periodi storici, è curioso notare come l’enologia,  dalla nascita, alla crescita e ai giorni attuali si sia man mano evoluta con l’idea e il gusto del vino che abbiamo oggi. Parto con la Sicilia perchè è la mia regione ed è la regione più a sud.  Cercherò di riassumere le tappe fondamentali ripercorrendolo insieme ai popoli che hanno messo le basi a ciò che il vino è oggi in Sicilia.

Fenici:  Di fronte ad un mare cristallino si trova un posto chiamato “stagnone” a Marsala. A nord del promontorio dove sorge la città, ci sono degli isolotti e il più grande, che chiude la laguna, si chiama Isola Grande. I fenici pare abbiano  cominciato proprio da lì a piantare la vite al riparo dai venti. Questa è sempre stata una zona vinifera per eccellenza e tuttora si coltiva il Grillo. I Fenici sono stati i primi ad aver piantato le viti nell’area mediterranea. Ma il ritrovamento di viti, chiamate “ampelidi“,  scoperte alle falde dell’Etna e nell’Agrigentino, dimostrano la presenza della vite selvatica, già nell’Era Terziaria. La vite cresceva a terra all’interno di conche per proteggerla dal vento.  vino-romano-6-300x213

Greci: nell’isola ( VIII sec. a.C.), la cultura enoica di questo grande popolo trovò terreno fertile ma non solo con il vino che esportavano in tutte le colonie, ma anche con olio e grano. In 500 anni di permanenza nell’Isola, divennero veri esperti nella coltivazione della vite. I vini greci erano classificati per il loro colore e si dividevano in bianchi, neri e mogano. Erano vini profumati per i quali erano utilizzati diversi tipi di fiori, come la rosa e la viola. Per addolcire il vino si utilizzava anche il metodo del riposo su un letto di uva appassita che rendeva il nettare particolarmente dolce (vino passito). Ancora oggi, uno dei vini greci più famosi è il Retsina, al quale viene aggiunto dell’essenza di pino.

Romani ( III sec. a.C. ) I Romani diminuirono la produzione di vino, trasformando la Sicilia nel granaio di Roma. Ai Romani il vino piaceva,  ma avevano dei gusti particolari. Piaceva diluirlo con tutto ciò che trovavano.  Acqua, sale, guscio di ostriche tritate, miele, rosmarino. Tutto ciò avvolte provocava mal di stomaco e mal di testa. All’occorrenza c’era un’altra bevanda con madorle amare, cavolo crudo e polmone di capra, lo scopo era rimettere.  Non apprezzavano tanto il vino in purezza. Sebbene ristretta a poche zone, la coltura della vite era piuttosto importante: la Malvasia delle Eolie,  il Pollio di Siracusa, il Mamertino di Messina venivano esportati ed apprezzati in tutto il mondo latino. bacco

I musulmani nel’827 uniformandosi al Corano, azzerarono la produzione di vino, ma non della vite. Infatti la vite non era vietata giusto però per produrre uva passita che serviva per le pietanze.(da li il termine uva sultanina). La produzione i incrementò, con uve da tavola pregiate, come il Moscato d’Alessandria ( Zibibbo ) dell’isola di Pantelleria.

Normanni giunti nell’isola nel 1061, la Sicilia vitivinicola rinacque a nuova vita fino a quando nel 1266 Carlo d’Angiò per le eccessive tassazioni, spinse il popolo a non impiantare più vigne.

Aragonesi e successivamente con gli Spagnoli, l’agricoltura e la coltura della vite si svilupparono enormemente; Durante il periodo Borbonico e precisamente l’anno 1773 la produzione del vino in Sicilia registra un vero e proprio “boom” grazie alla commercializzazione su scala industriale dei vini di Marsala con l’inglese Woodhouse. Nel 1880-81 una spaventosa epidemia di Fillossera ridusse la superficie coltivata dell’Isola da 320.000 ettari a circa 175.000 ettari, causando un grave disastro economico. Fu necessario il reimpianto delle viti europee innestate sull’immune ceppo americano provenienti da un vivaio creato a Palermo apposta per fronteggiare l’emergenza. Florio

I primi veri frutti si ebbero solo intorno al 1920, con la realizzazione di portainnesti detti “siciliani”, ma l’avvento del fascismo in Italia e la lentezza burocratica negli espropri ai proprietari latifondisti, bloccò il tanto aspettato rilancio del settore vitivinicolo. La creazione del Mercato Unico Comunitario nel 1970, il conseguente flusso di vini dell’Isola verso la Francia, il miglioramento delle tecniche di coltivazione con l’impiego della meccanizzazione ed una intelligente attività di riqualificazione del vino siciliano , da parte dell’Istituto Regionale della vite e del vino, ha stimolato gli entusiasmi: sono apparse nuove realtà produttive, nuove DOC e si è dato l’avvio a quello che in molti già chiamano “miracolo siciliano”.

 

 

 

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