Elogio del bere consapevole. E dell’amicizia

bere consapevolePerché poi io e lui, io e Alessandro dico, dico proprio quell’Alessandro che è non solo un co-autore, ma è l’anima di questo blog sul vino, siamo diversi. Tanto diversi da poi sembrare uguali, paradigma antropologico degli estremi che convergono fino a coincidere. Io introverso e ombroso, lui solare e sempre incline a sdrammatizzare con una battuta: io un cenobita ai limiti della misantropia, lui socievole e generoso con tutti. In mezzo a noi, in tanti anni di amicizia e frequentazione scandita più da intervalli che incontri effettivi, c’è sempre stato un paio di bicchieri a fare da prisma ai nostri discorsi: vino o birra. Sì perché noi, in questo paese di parrocchie e campanilismi manichei, destra o sinistra, credente o ateo, nord o sud, Juve o Inter, Audi o BMW, mare o montagna, Canon o Nikon, non ci siamo mai decisi a erigere una barriera tra vino o birra. Amiamo entrambi i mondi, e siamo ben consapevoli che il prodotto finito che consumiamo sia ben lontano dall’esaurirsi nella propria materialità, nella fragranza degli aromi e nei colori, tutte cose di cui comunque siamo entrambi curiosi. La verità è che di vino e birra amiamo più di tutto, come tanti di voi, la capacità di evocare una ritualità tutta spirituale, che non annulli la materia, ma la espanda in una dimensione intangibile eppure così decisiva nell’indirizzare i nostri discorsi, i nostri sguardi e le nostre considerazioni sui progetti nel cassetto o quelli già avviati, che di solito sono il terreno preferito su cui confrontarci. Qualche volta ci saremo anche ubriacati, d’accordo. Come quando a Praga abbiamo sfidato mezza orchestra sinfonica di Bratislava a chi avrebbe bevuto più pinte di Urquell. Abbiamo espanso troppo la dimensione materiale, sconfinando in una spiritualità puramente dionisiaca. Perifrasi per dire che seppur sconfitti (ma con onore), ne siamo usciti ubriachi fradici. Ma il più delle volte, va detto, partendo dal presupposto scontato che conti decisamente di più la qualità della quantità, beviamo perché amiamo bere con consapevolezza, perché quel vino o quella birra entrino a pieno titolo non solo nel discorso (cosa inevitabile), ma anche nel DNA di ogni parola che pronunciamo, di ogni gesto o sguardo, quasi a imprimerne il senso e anticiparne la direzione. Perché, questo è provato, di fronte a un barolo un discorso qualsiasi non potrà mai e poi mai essere lo stesso che si sarebbe fatto, sostenuto e argomentato davanti a una pinta di Radeberger. O cosa ancor più stupefacente, davanti a un Chianti come questo, tanto per dirne uno. Ecco cosa significa per noi la parola bere: sapere sempre cosa si beve, e lasciarsene guidare senza pregiudizi o compiacimento cervellotico e nozionistico. Accettare ogni suggestione, senza magari mai nominarla, e amare ogni momento speso insieme. Poi vengono gli intervalli lunghi, in cui non ci si vede o ci si sente. Eppure. Eppure sappiamo entrambi che il futuro incontro, foss’anche tra vent’anni, saprà ricucire, dipanare, sciogliere e comprimere ogni silenzio: in mezzo a noi, a far da timonieri, due bicchieri-bussola, colmi di tradizione e storia da cui noi non vedremo l’ora di farci travolgere. Questo è l’approccio al bere che condividiamo al di là di ogni steccato. Ed è questo che vorremmo saper trasmettere al di là delle informazioni più tecniche. L’amore per qualcosa, come il vino o la birra, che va al di là della pura materia. Che è complemento del nostro vivere, sostrato essenziale del nostro sentirci parte della storia, della cultura e della tradizione dell’uomo.

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